CieloDiTempera

Un luogo all'aperto, da esplorare, ma riparato. Il cielo stellato in una stanza col camino. Che forse è impossibile e surreale ma in rete si può fare. Forse.

mercoledì, 16 febbraio 2005
Ancora(re) i treni.

Ai piedi del treno, in atterrita attesa, scorgi un barbaglio di sole riflettersi su una lamina curva ma subito giunge il fischio, inesorabile. Inutile sperare in qualche ripensamento, il treno si muove, parte senza di te.
Rimani lì fermo, sulla banchina desolata, a guardar scorrere i vetri. Fissare un finestrino non serve, dietro c’è un passante distratto che parla dentro la cornetta e agita una mano, salutando te o chissà quale ombra. Ricorda vaghi fantasmi in dissolvenza; passati sulla tua vita, leggiadramente. Li hai visti attraversare, come treni in corsa, i tuoi desideri, proprio come questa macchina silente che scivola via. Ti pare di indovinare dell’olio sui binari dacché il mostro si allontana in modo così dolce e lieve. Imita le andature melliflue che, una volta girato l’angolo, ti lasciano giusto quel filo di malinconia.

Eppure una nota d’orgoglio si leva. Vorresti insorgere con energia; cercare riscatto su quel qualcosa che, lo sai, avrà la meglio. Pensiero sciocco, ingombrante e insieme vano. Ogni gesto si risolve da ultimo in un moto di diniego contro l’inesorabile separazione, proprio dove di certo c’è solo il distacco.

E così sia, separiamoci dunque. Ognuno lungo il proprio binario. Chissà che non ci si debba salutare di nuovo, un giorno, da un finestrino all’altro dello stesso treno.

p.s. lo so, lo so, questa dei treni è diventata una fissazione monomaniacale, la prossima volta provo con le navi, tanto per cambiare!

Dall’Esme.

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mercoledì, 02 febbraio 2005
Déjà vu.

Che quando le giornate nascono storte lo capisci alla svelta. Al risveglio ti sale alla gola quel sogno acido, quello in cui tutto va nella direzione delle tue paure più profonde. Non ricordi niente ma ti rimane addosso la sensazione di déjà vu, come del giorno in cui la porta si è chiusa e tante grazie. Ti alzi dal letto ma lo sai già che sarebbe meglio rimanere aggrovigliati nelle coperte. Ma c’è un appuntamento, c’è un dovere, c’è che bisogna proprio alzarsi e ci hanno ripetuto fino alla nausea che la testa nella sabbia non si può tenere. Vai a capire: io allo struzzo spelacchiato di quel libro pedagogico di sinistra mi ci ero affezionata alla fin fine. Ovvio, la morale della favola si incentrava sull’assunzione di responsabilità ma che vi devo dire, cresciuti a contatto con i sensi di colpa va finire che diventa molto cool indorarli con una generosa spruzzata di senso estetico. Io poi mi sono distinta nella specialità di vivere a fondo ogni senso di colpa tanto da non saper più nulla delle responsabilità correlate.

Ma torniamo a me. Alla fine ho trovato il bandolo delle coperte e ne sono schizzata fuori. E come sempre mi sono alzata che ero già in ritardo. “Niente di buono sul fronte occidentale”, ma neanche su quello orientale a dirla tutta. La vestizione e il resto ve lo risparmio, che davvero non conta, gli strati dei vestiti indossati potevano risultare di qualche interesse giusto per un antropologo o un paleontologo. Quindi niente che vi interessi. Con gran fatica ho pure messo piede fuori di casa, mica uno scherzo abbandonare il bozzolo per affrontare una giornata plumbea. Che poi era ieri. Ma il senso del dovere chiama, anche se raramente io rispondo. E va a capire perché ieri sì, ho deciso di dover rispondere.

All’appuntamento non c’era mica chi aspettavo. Voglio dire, sì, tecnicamente c’era. Ero io quella in ritardo. Ma fra la presenza e l’essere in sé ce ne corre. Lui era presente ma non c’era, se vi fidate. Mi ha mostrato un mucchietto di ottuse pretese. Trasudava da ogni fibra un rancore sordo. E in questo modo pretendeva di amare. Come se l’amore si esaurisse in un atto di puro egoismo.
Oh, non sto mica qui a tirarla tanto in lungo con questo fatto dell’amore con la A maiuscola. Che ancora non l’ho visto mai. Ho visto tanto, anche troppo, ma quell’amore leggendario di cui si favoleggia quasi mai. O poche volte. E per lo più da persone che non te l’aspetti.
Ma qui d’amore neanche l’ombra, e chissà che sorpresa quando se ne accorgerà. Che ci sarebbe da ridere. Da ridere a crepapelle fino alle lacrime; già, le lacrime. Perché nel frattempo l’affetto, le risate, quella sera al cinema, i deliri filosofici, i salvataggi, le mie sfuriate d’un attimo, il chiacchiericcio spicciolo, lo studio a gomito, le traiettorie di costellazioni inventate… tutto questo se l’è portato via, in una giornata fredda, un soffio di vento gelido.
Io so incassare. Se superi le crisi d’abbandono, di quelle che non ti fanno respirare, è una bella sfida finire ancora al tappeto. Eppure in bocca sento di nuovo il sapore di terra.

Dall'Esme.

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lunedì, 31 gennaio 2005
Alice non lo sa.

Vi avevo avvisato. Non sono mica una tipa costante. Devo cambiar vita ogni minuto, pena il non sentirmi pienamente in me. Chi sia poi questa Me con la quale devo scendere a patti ogni giorno è tutto da vedere. Comunque né lei né io abbiamo scritto qui sopra neanche una riga fetente.

C’è il fatto che non si può scrivere per costrizione, sarà per questo che m’è sempre piaciuta tanto sta roba dello scrivere. Puoi impiastricciare fogli solo quando te ne vien voglia, ti parte l’ispirazione o hai una puttanata qualunque da dire o da gridare, spesso e soprattutto quando nessuno ti sta a sentire. Massì, oggi mi compiaccio di sputare qualche parola dura, sarà che in piena felicità mi s’è aperta una vena di malinconia.

Comunque sono in un periodo che mi sta a cuore la questione dei treni, no, mica quelli di Trenitalia che tanto oramai sono rassegnata e chi ci fa più affidamento. No, i treni che perdi nella vita. Ho sempre pensato, e badate bene lo penso ancora (almeno per le prossime due settimane) che non fosse proprio importante salirci sopra in orario su tutti ‘sti benedetti treni ma invece essenziale perderne un pò per vedere cosa cambia tutto attorno e iniziare a capire.

Solo che poi finisce che ne perdi tanti e diventi quella persona che volevi, sì per davvero, ma sempre fuori ritmo rispetto al tran tran. I fili li intrecci a piacere, inventando  percorsi immaginari. Ti trovi a mimare i passi di una danza, incredibilmente bella intendiamoci, ma che capisci e ami soltanto tu. E come fai a tirarci dentro qualcuno in quel cerchio incantato, alla fine? Puoi illuderti che uno si sforzi di capire. O magari che si metta a seguire i tuoi passi nonsense perché pazzo di vita o, sia mai, di te.

Ma pretendere di attraversare lo specchio senza seguire il bianconiglio vuol dire perdersi nel mondo di Alice, senza neanche una bussola. E vattici a raccapezzare, poi. Non puoi mica pensare davvero che nel Paese delle Meraviglie ci si voglia perdere anche quell’altro, già proprio lui, quello che vuoi tu.

Che è facile dire: “Me ne frego” degli altri, di tutti, del mondo, delle opinioni, dei pregiudizi e delle convenzioni. Fatto sta che nella morsa ci sei dentro e stringe per tutti. Così te li trovi addosso, senza nemmeno sapere come, i sensi di colpa, che indotti o meno mica importa, e il bisogno di giustificazioni. Poi in genere se gli altri ti perdonano poco tu lo fai ancora meno. Se almeno noi ci si perdonasse un po’ di di più.

Insomma è arrivato il momento che qualcuno me ne toccherà vedere da vicino di questi treni, dico sul serio. Non prendetela come una promessa, ché mi costa proprio caro arrivare in orario e salire sul primo treno che mi son prefissata. Magari ne perdo ancora un paio e poi salgo, d’accordo?

Dall’Esme.

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mercoledì, 19 gennaio 2005
Sbavature.

Mi ricordo di quel giorno che sono cresciuta. Sì certo, c’è stato proprio un giorno ben preciso in cui ho capito. In realtà era notte: sono nottambula sapete?

A volte mi convinco che sarebbe bello che noi si potesse vivere senza dormire. Guadagneremmo molto nell’avere più tempo per sognare ad occhi aperti. Poi mi rispondo, dato che amo molto controbattermi, che no, mi devo proprio opporre alla mia mozione e non sarebbe poi troppo bello. Inoltre temo che Freud verrebbe a infestare anche i miei sogni da desta!

Perderemmo momenti incredibili, come quando spalanchi gli occhi su un mondo luminoso che pare sorriderti, o quando ti risvegli con lo stupore di trovarti abbracciato proprio alla persona ami, o quando arriva il giorno che lui è scivolato via ma il tepore delle coperte ti culla e consola, o le volte in cui avverti tutto attorno aleggiare le ombre magiche dei sogni, o quella mattina che ti crogioli nell’illusione del momento in cui qualcuno appenderà un prisma alla tua finestra per donarti i colori.

Di tutti i risvegli avrei nostalgia. Dei momenti di dormiveglia anche. Non rimpiangerei, invece, l’attimo in cui si abbandona alla deriva la propria coscienza. E’ una “piccola morte” e sarà per questo che fa così paura. Potrebbe essere un bel viaggio se ci fosse qualcuno a tenerti la mano ma chissà se si può sperare di avere compagnia nel momento in cui ci si trova irrimediabilmente ed inevitabilmente di fronte a se stessi.

Ma vi dicevo come andò il giorno in cui sono cresciuta. Ero già adolescente e ancora non capivo perché tutti non mi amassero come ritenevo naturale, perchè non agissero come piaceva a me e non realizzassero spontaneamente ogni mio intimo desiderio. Insomma, per farla breve ero viziata e terribilmente ingenua.

La casa non la ricordo, mi ci portò il mio migliore amico dell’epoca. Sicuramente aveva almeno due stanze, la casa. Certamente mi voleva un gran bene, l’amico.
Non si trattava di una festa ma di un informale ritrovo goliardico.

Fatto sta che ero timida, impacciata e non sapevo rispondere a tono, che quando trovi uno così diventa il bersaglio naturale di ogni presa in giro. Eppure mi animava la convinzione che il mio fuoco interiore dovesse pur trapelare da qualche parte, forse dagli occhi, e quindi tutti dovessero capire che persona speciale ero. Sì, perché abbiamo sempre la malcelata convinzione di essere persone assolutamente uniche, che forse è vero ma questo dimostra che ognuno di noi lo è, quindi non è precisamente il solo. Ma siamo anche un po’ egocentrici, quindi convinti di essere più incredibili degli altri e che qualcosa ci debba venir riconosciuto sulla fiducia.
Io ne ero certa, quella notte.
Ma nessuno mi degnava della minima attenzione.

Il contrasto mi bruciava le viscere e feci quel che ogni prima donna fa quando si sente ingiustamente ignorata o quando non sa che altro fare. Esce di scena al meglio che può. Io ero timida e taciturna, quindi l’uscita di scena probabilmente neanche si notò. Producevo poco rumore persino a respirare per paura che potesse risultare non all’altezza dell’assoluta perfezione. Quanto ci ho buttato su quell’altare! Sì perché ero assolutamente convinta che se una cosa non sapevo farla alla perfezione era meglio che non la facessi affatto, e così non facevo nulla e rimanevo a bordo campo a guardare. D’altro canto ci ripetono a pieni polmoni che se non hai un corpo perfetto, un naso perfetto, una vita perfetta, una macchina perfetta, un uomo perfetto, un cellulare perfetto allora non esisti. E uno finisce che si convince che sia la perfezione la méta e non il viaggio. E perdiamo tutto il bello per strada. Che poi quando arrivi alla meta ti viene da piangere, se ti va bene. Oppure uno si convince solo di non esistere e dilegua.

Comunque in silenzio, come un’ombra, raggiunsi l’altra camera e giunta lì scoppiai in lacrime. Oh, non rattristatevi, non piangevo mica per me. Il pianto era previsto da copione. Qualcuno doveva arrivare, vedermi e attaccare a consolarmi. Ogni bambino viziato sa che questo metodo funziona sempre, con i genitori è infallibile, garantito. Quella sera, per mia grande fortuna, non funzionò. Non venne nessuno a consolarmi e a quel punto la mia disperazione si accrebbe, sì perché mi accorsi che non ero indispensabile, che anzi ero invisibile e il mondo girava benissimo anche senza di me. Ricordatelo se vi viene voglia di crescere, il mondo gira anche senza di voi.

Mi accorsi di avere un solo un punto di vista sul mondo, il mio. E seppi d’improvviso, come per effetto d’una mazzata, che non solo io non ero il centro del mondo ma non lo erano nemmeno gli altri presi singolarmente. Semplicemente il centro del mondo, a cui tutto attorno gira, non c’era mai stato. Era solo una bugia, frutto di una sciocca presunzione. Ottusi uomini. Saremmo magnifici se riuscissimo a decentrarci. Se sapessimo agire tenendo conto di tutti i punti di vista possibili sulle cose. Ma siamo umani, troppo umani. Imperfettamente umani.

Tutto questo per dire che farò una cosa terribilmente sciocca. Oggi so che potrei astenermi dallo sbagliare se solo volessi. Ma non voglio.

L'Esme

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giovedì, 13 gennaio 2005
La prima parola del mondo

 

Qual è la vostra prima parola? Credo che tutti dovrebbero scoprirla, nel caso in cui ricordarlo risulti un’operazione complessa. Che poi c’è sempre una mamma o una nonna in agguato pronta a ragguagliare su tutti i progressi dell’ex pargolo. Che il pargolo ora sia alto un metro e settantaquattro (o ottantaquattro se si arrampica su tacchi mozzafiato) risulta un particolare irrilevante e una puntualizzazione quantomai inutile. Che magari la Mamma dell’Esme ora non sa più neanche chi siete e non ricorda dove ha perduto gli occhiali che porta ben calcati in testa, d’accordo, però i primi passi e la parola d’inizio, oh quelli sì, e con dovizia di particolari.

Immaginate il paesino natio della Mamma dell’Esme, un buco arroccato su una collinetta romagnola, con tutti i comignoli e i paesaggi verde bruno del caso. Spargeteci una manciata nemmeno troppo nutrita di indigeni. Poi ponete la suddetta mamma avviata per la strada di casa, proprio in cima ad una lunga discesa (ideale per le corse in bicicletta!), recante a lato una fontanella gorgogliante. Ovviamente la mamma non è sola ma si trascina un fagottino semovente e rumoroso al seguito, proprio a causa del quale affarino può essere a buon diritto definita “mamma”. Il fagotto rumoreggia già al massimo delle sue potenzialità ma ancora non parla, in realtà ammorba chi capita con parlottii indecifrabili ed è chiaro oramai a tutti che è pronto per dire una parola di senso compiuto. Ed è chiaro in special modo alla mamma, la quale nell’attesa ansiosa dell’arrivo del marito che entro breve si unirà a loro per godere delle ferie in famiglia, non perde occasione per tirare la cordicella della prima parola.

Così essendo la mamma un’educatrice non autoritaria ogni due minuti si rivolge al fagottino in maniera incalzante per incitarlo a dire la parola magica: “dì… pa pà!”. Il fagottino pare non darsene per inteso e continua a guardare intorno e a mettersi le dita nel naso, che è sempre rilassante e poi quando lo puoi fare più. Ma la mamma non desiste, sa che una reiterazione prolungata dello stesso messaggio può produrre incredibili risultati, o almeno di ciò paiono convinti tutti gli inserzionisti pubblicitari. Così torna alla carica: “dì: pa pà!”. Il fagottino fa orecchie da mercante e guarda la discesa che porta verso casa, probabilmente immaginando quali incredibili evoluzioni potrebbe intraprendere se solo avesse per le mani un fiammante triciclo metallizzato. La mamma reitera. Il fagotto, testardamente, tace. E così via per qualche tempo, fin quando il fagotto esausto è quasi pronto a cedere, intuendo vagamente l’inutilità della resistenza di fronte ad un’educatrice non autoritaria.

Eppure è proprio nei momenti di sconforto che giunge l’idea geniale a risolvere tutto.
Così, proprio durante l’ennesimo incitamento reiterato della genitrice: “dì Pa Pà!” il fagottino si toglie il dito dal naso, allunga il braccio di fronte a sé, indica la fontanella gorgogliante, pronunciando la prima attesissima, agognata e compiuta parola. E quel che dice è: “Acca!”.
Il che mostra chiaramente gli ottimi risultati ottenuti da ogni buon genitore non autoritario: presto o tardi si sentirà rispondere “La finisci di blaterare, porca puttana? Ho sete!”.
E, per inciso, descrive bene anche il delicato e poco autoritario carattere del fagotto, fin dagli esordi.

 Dall’Esme

Postato da: cieloditempera a 13:10 | link | commenti |

mercoledì, 12 gennaio 2005
Storie da 15 cents

Ad un passo dagli altri, ironia e distanza.
Ad un passo da sè.
Per schernire un mondo che le mancava un passo per vivere.
E poi di un passo s'avanza:
           nel vuoto

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martedì, 04 gennaio 2005
Muri da scrivere.

Torno ad imbrattare questi muri, solo un’apparizione notturna di fantasma che aleggia per questi luoghi.

 

Calura

 

Sotto un cielo d'amianto

confortevole solitudine

 

Tichettio di tacchi, orecchini tintinnano

precedendomi per la via

 

Trovo la banchina del treno in placida attesa

veniamo risucchiati e sospinti verso casa,

lì vegliano tavole imbandite... o silenti.

 

Salgo pochi gradini e una misteriosa forza m’attira:

i desideri di bambina tiranna.

Al secondo piano, dispone!

Al secondo si va.

 

L'aria condizionata respira pesante, illusorio refrigerio.

 

Pochi passi, due volti si profilano fra me e il nitore del sedile,

ad attendermi la studiata solitudine che rivendica lisce pagine bianche e lacrime in plastica.

 

Vesto la mia migliore indifferenza. E a nulla vale. Mi separano dal sedile milioni di chilometri

e un sorriso che arriva da altri mondi.

 

Rimango a guardare nella vertigine.

Quante volte passo oltre senza guardare, senza sapere, senza capire.

Non oggi.

 

Balsamiche parole, interrotte e balbettate, che escono a fatica

o, le mie, sparate alla velocità del suono per non udire il maledetto eco del silenzio, riecheggiare...

 

Appaiono lamiere roventi su un campo immaginario. Ma nessun lamento.

 

Sento le mie parole vane, si sciolgono a contatto con l'aria, mollemente.

Sputo un vocabolo desueto, come il nocciolo di un frutto d'autunno, rigido e spoglio.

Che affonda senza provocare rimbalzi o increspare la superfice.

 

I balbettii da strada, invece, vanno a segno. E lo slavo, quest'oggi, possiede la magia di un linguaggio da sciamani.

Capire il senso della musica non importa, accompagnata com'è da occhi limpidi

e dalla nostalgia di un bacio non dato.

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giovedì, 30 dicembre 2004
Una donna.

Appena finito di leggere Una donna di Sibilla Aleramo.

Un'autobiografia intrisa di lacrime e della forza invincibile della determinazione, del dolore lancinante di una vita in attesa, come solo una donna.
Non capisco ancora bene cosa ne penso, se può essere un indicatore di qualche segno ho pianto molto. Ho pianto per lei e per me e per tutte le donne.
Che lo so già, l'affermazione susciterà un sorriso, o il riso o solo un'alzata di spalle come a dire "non mi riguarda". 
Perchè so com'è che va, qualche volta ragionamenti simili suscitano in me lo stesso moto di noia: "sia come sia, che ci posso fare?".
Eppure ci riguarda. E comunque mi riguarda.

Già perchè volgono i secoli ma dalle schiavitù non si esce che lentissimamente. Ora ci sono i diritti, quelli che Sibilla invocava con le viscere dolenti, in mano.
Ma ancora oggi siamo, noi donne, schiave in catene strette in una cultura dura a morire. E il peggio è che si trasmette, ora come allora, di madre in figlia.

Ancora beviamo insieme al latte materno l'esempio del sacrificio, della rinuncia, dell'accettazione, della rassegnazione a di un destino sempre identico che torna a compiersi. Tanto più insidiosa è la convinzione che ci siamo o, peggio, che ci hanno liberate, mentre eccoci ancora avvinte al nostro senso del sacrificio. In nome dell'amore romantico, prima; filiale, poi. E ci viene facile e istintivo, ci sale alle labbra, come una risposta sempre identica ad una domanda millenaria, il sacrificio. Che quanti ne ho conosciuti nella vita di esempi di Penelope, sempre in speranzosa attesa di una salvezza che giungesse dall'esterno?

Penelope, quante volte lo sono stata e quante ancora lo sarò? Di battaglie ne insorgono sempre di nuove, incessantemente, contro se stesse per tenersi libere. Mi sembra avere davanti agli occhi la madre di Sibilla che compie il supremo sacrificio, e le molte che oggi fanno lo stesso. Poi c'è qualcuna che ci prova a fare diverso, come Sibilla, ma mica sempre riesce. Ed Io, per alleggerire con altra citazione, Io speriamo che me la cavo.

Stavolta è la volta buona che leggo Casa di bambola di Ibsen, per davvero.

[Non ancora risposto allo scheletro.]

Dall'Esme.












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martedì, 28 dicembre 2004
Scheletri in bilancio.

Sapete gli scheletri nell’armadio, no? Quelli dei film che escono a tradimento quando meno sarebbe auspicabile.

I miei di preferenza decidono di prendere aria verso la fine dell’anno.

O forse me ne accorgo di più perché odio i bilanci, con tutta evidenza.

 

Ma ecco che sbatti il muso inevitabilmente su quelle piccole cose che non puoi ignorare se non tappandoti gli occhi e iniziando a canticchiare.

Come quando decidi di cancellare un vecchio sms e imbrocchi proprio quello che ti lascia un buco nelle budella o quando rileggi una tua lettera che ti piazza esattamente al centro di quella scema che eri quell’anno lì.

 

Ma stavolta, se posso dirlo, mi è andata un po’ peggio.

 

Perché quell’anno lì era precisamente un anno fa, né un giorno di più né uno di meno, e per quel che riguarda lo scheletro trattasi di ragazzo di bell’aspetto e incontestabile simpatia. Strano a dirsi per un cadavere lo ammetto, ma è proprio così. C’è il fatto che lo scheletro, evidentemente non accettando granché la sua condizione, ha pensato bene di inviare una mail. Oh, di quelle innocenti, sia ben chiaro, che detto fra noi sono le peggiori. Sì perché ad una mail diretta hai tutto l’agio e il diritto di non rispondere mentre a queste, in cui ti si chiede che fine hai fatto e come va, a queste se non rispondi come minimo sei cafona e se va male ti ritrovi codarda in un batter di ciglia.

E va peggio ancora se ad apostrofarti codarda non è lo scheletro e compagnia bella, che in fin dei conti puoi ancora fregartene, ma sei proprio tu, in un momento di distrazione ed autocoscienza.

 

Ed è proprio così che arriva il bilancio di fine anno, ti prende alle spalle, a tradimento.

 

Ricorreva la fine del 2003 e di una relazione estenuante che mi lasciava prostrata e vuota come pensavo di non dovermi sentire mai più. Perché uno se lo ripromette “ennò, basta, non mi ci fregano ancora”! Poi invece… L’esperienza era servita almeno a poter contare sul fatto che dalla prostrazione si esce tanto velocemente quanto ci si entra, non esattamente negli stessi tempi in effetti ma se ne esce. Che non è molto, ma è pur sempre meglio di niente.

 

Così, un po’ per cambiare aria e un po’ per non smentire la mia incostanza, avevo appena rinnovato tutta la compagine d’amicizie. Sì perché c’è da dire che ho una capacità fuori del comune di allacciare nuove amicizie folgoranti ed improvvise che si abbina alla parallela capacità di recidere ogni rapporto in maniera netta e definitiva. Ché come chiudo io, modestamente, non chiude nessuno. D’accordo forse uno c’è.

Che invidia mi fanno quelli che conservano gli amici d’infanzia, quando io a malapena ricordo i nomi di quelli dell’anno scorso.

 

Il gruppo era piuttosto interessante, ad onor del vero, abbastanza alternativo ma non troppo, sull’intellettualoide ma senza eccedere, costante ma non invadente, anche moderatamente eterogeneo, il che non guasta mai. E in mezzo al gruppo nuovo di zecca c’era lui, lo scheletro, naturalmente. Che poi è facile da descrivere, perché si tratta di quelli che sono al centro di tutto e tutto fanno girare. Belli che sanno di esserlo, interessanti dotati di piena consapevolezza, depositari dell’ironia perché capaci d’esercitarla con sicumera, titolari del diritto di scelta e che riescono farlo pesare, liberi d’animo e del proprio giudizio sempre, con poche incertezze a solcare di rughe la loro bella fronte liscia. Che davanti a questa gente ritorno brutto anatroccolo (o Calimero) e mi tocco compulsivamente la testa per vedere a che punto di rottura è il guscio.

 

Fatto sta che il depositario della scelta, a mia insaputa, fra tutte quante era andato a scegliere pre-ci-sa-men-te me.

Ammettiamolo, di qualità ne aveva da vendere, ma gli difettava il tempismo.

In quel momento non ero in grado neppure di guardarmi i piedi, figuriamoci di ammirare un pavone in piena rotazione di coda.

Doveva essersi infatuato delle mie calze a pois o del coraggio che mostravo nell’indossarle o più probabilmente del mio straniamento dal mondo, almeno credo.

 

Fingeva di ascoltarmi, mentre gli parlavo e mi parlavo addosso quella sera che da sciocca finii a casa sua per vuotare il bicchiere della staffa. Non che non mi piacesse, intendiamoci, ma forse più di tutto pesava l’effimera e narcisistica considerazione che il ragazzo più ambito avesse scelto me. Lui che non voleva nessuna, lui che tutte adoravano a distanza, e via fantasticando con le scempiaggini del caso. E poi suonava il pianoforte con lunghe dita sicure e possedeva quella collezione di spartiti di musica classica di cui non capivo nulla ma che fa sempre il suo porco effetto. Che a trent’anni suonati pensi non debbano più toccarti considerazioni del genere e invece sono ancora lì, quasi intatte o almeno fedelmente riprodotte.

 

A salvarmi da me stessa quella sera di un anno fa c’era solo il mio terribile impaccio. Non era una persona a cui tenevo, con cui spartivo alcuna intimità, quindi non volevo far altro che parlare e ridere, ridere e parlare, o al massimo bere. Ero arrivata a casa sua armata della mia testarda ingenuità ma ci avevo messo ben poco, poi, a fare mente locale. La sua intenzione primaria era tapparmi la bocca e in seconda battuta quella di iniziare una relazione che sarebbe andata o meno, chi lo sa.

Solo un’altra volta nella vita ho provato una sensazione tanto simile all’aggressione, non per colpa sua sia chiaro, non renderei giustizia né lui né alle sue azioni: aveva interpretato semplicemente dei segnali. E i miei segnali certo dovevano essere di sublime ambiguità. Agiva da persona matura facendo seguire le azioni alle parole, mentre io avevo solo parole. O meglio, io ero solo parole.

Così dopo qualche bacio che mi si strozzava in gola e un suo tentativo di depositarmi in camera ho balbettato che non mi sentivo a mio agio, oh quanto era vero!, e sono fuggita via.

 

Al telefono abbiamo poi parlato e riparlato dei perché e dei percome.

Non gli andava giù che avessi provato a rifiutare persino di essere riaccompagnata, in piena notte.

Eppure, dato il rientro silenzioso e cupo quanto sarebbe stato meglio che l’avessi imposto.

Mi ha chiamato e richiamato. E non siamo venuti a capo di niente. Io non ero in grado di spiegare, lui non voleva capire.

Siamo rimasti infine che appena me la fossi sentita mi sarei fatta viva io, facendo salvo il suo orgoglio e la mia privacy.

 

Così è trascorso un anno, intero.

E un nuovo gruppo d’amici ha completamente soppiantato il vecchio. La mia memoria labile ha fatto il resto.

E ora, quando oramai avevo completamente dimenticato, o forse rimosso, lui il gruppo e tutto quanto riecco delinearsi il mio passato all’orizzonte.

Se c’è qualcosa che odio è dover ammettere a me stessa la mia codardia.

Si aggiunga a questo l’immaturità, che personalmente mi pesa meno ma sta lì in bella evidenza.

Mi tocca ammettere tutto: sono scappata. Non solo, sono anche fuggita senza dare spiegazioni che è quanto più odio nel prossimo.

E poi, per completare l’opera, ho insabbiato il tutto nella mia paludosa memoria.

Bilancio negativo per quest’anno, non c’è che dire.

Vediamo di iniziare meglio il prossimo, vuol dire che mi toccherà rispondergli.

(Forse).

 

L’Esme.

Postato da: cieloditempera a 20:18 | link | commenti |

lunedì, 27 dicembre 2004
Il mosaico del tempo perduto.

Frenetica inseguo un’altra giornata, fuori e dentro il ventre di questa città che ti ingoia e risputa da tunnel di passaggio, digerendoti velocemente. Ancora 500 passi e sono fuori, ci sono poi le due rampe di scale, la rincorsa al trenino, che forse becco la coincidenza, e poi non resta che saltar fuori alla fermata giusta per l’ultimo tratto a piedi. Tutto calcolato. Seguo la rotta, identico ritmo, penso ad altro. A cosa devo fare, a dove andare, a quali tunnel oltrepassare, a lui che è a due tunnel da qui e a lei che è troppi tunnel più in là. Senza sosta perché non ci si può fermare e perché pensare in corsa è tutto diverso che fermarsi a pensare. Fermarsi, a pensare. E mi fermo. A pensare.

 

Perché manca qualcosa. No, la borsa c’è, il portafoglio anche. Nulla m’è stato sottratto ma manca qualcosa. A sapere cosa… Mi guardo intorno che non è detto, poi non si sa mai. E’ il solito posto, niente di strano. Tutto in ordine, o meglio tutto in ordinaria decadenza. Mi guardo i piedi. Non so voi ma io mi guardo continuamente i piedi. Magari un giorno li dovessi trovare spaiati oppure mi occorresse di scoprire che hanno smesso all’improvviso di toccare terra. Invece le suole sono incollate alla stessa pavimentazione bianco sporco che calpesto tutti i giorni, distrattamente. E solo oggi mi rendo conto che in tutti questi anni non mi sono fermata ad osservarla con attenzione, mai.

 

Ci han piazzato, all’uscita del treno, al posto del pavimento, un enorme mosaico: è composto per la maggior parte da tessere bianche e poi da qualche manciata di tessere nere che servono a comporre dei disegni. Non so cosa gli è preso a chi si occupa di decorare i luoghi pubblici. Ipotizzo: forse hanno fatto un giro a Lisboa e impattando gli splendidi azulejos che rendono le stazioni portoghesi una meraviglia gli è venuto da copiare. Ma si sa che copiare è un’arte difficile e mica sempre viene bene. Non voglio criticare, in fondo è meglio questo mosaico bianco sporco che le classiche pavimentazioni in plastica nera, magari antisdrucciolo ma senza un briciolo di personalità. Di disegni avrebbero anche potuto crearne di originali però, invece hanno copiato anche quelli: si tratta delle solite figure in stile romano neoclassico che tutti prima o poi se le son ritrovate stampigliate sul libro di epica delle medie. Forse quelle barchette a guscio di noce si differenziano lievemente da quelle dalle linee eleganti che ricordo veleggiare sul libro a stampa, ma poca roba e comunque si deve certo esser trattato di un accidente involontario.

 

Senza preavviso però mi incaglio sulla figura di una statua. Nemmeno con uno sforzo d’immaginazione riesco a capire esattamente chi o cosa rappresenti. Si tratta di una donna, di una donna alata per la precisione. Somiglia a quelle statue sempre in procinto di spiccare il volo dal ponte di Castel S.Angelo, che da anni dovrebbero essere volate via ma le trovi sempre lì con l’intenzione di andarsene, stavolta per sempre. Questa però ha un braccio levato verso l’alto, per quanto si possa tenerlo sollevato stando incastonati dentro una pavimentazione, è ovvio. Ricorda vagamente la Statua della Libertà oppure una delle tante personificazioni della Giustizia. Sì ecco, ho deciso, qualunque fosse l’intento del decoratore di questa pavimentazione, che chissà com’è che l’han fatta e probabilmente la colpa è tutta di un signore annoiato davanti al suo pc, questa per me raffigura la Giustizia.

 

E’ che la cercavo sapete, quando ho deciso di fermarmi a pensare invece di correre al binario, perdendo il treno. Già perché guardo l’ora e la coincidenza è di certo perduta, irrimediabilmente. Questa Giustizia qui comunque ha le ali aperte e il braccio alzato, sa esattamente dove si trova e dove bisogna andare, anzi di più: sa anche dove dovresti essere tu e dove bisognerebbe che tu andassi. Ha la decisione in pugno, non ha mai conosciuto esitazioni ed imbraccia uno sguardo limpido come vorrei averlo io. Di quelli che se ti capita di incrociarne uno o sei capace a sostenerlo o ti scansi di lato per lasciarlo passare. Nemmeno un dubbio sotto quei lunghi capelli in parte raccolti ed in parte mossi dal vento.

 

Accidenti, Giustizia, me la dai una risposta? La sfido con uno sguardo altrettanto deciso e diretto. Cosa mi ha fatto fermare? Cosa mi frena dall’andare avanti? Cosa ho perso? Sarà solo una mia impressione, dovuta a questa mania di guardarmi i piedi, ma mi pare che la finta statua se ne stia lì placida a ghignare. E mentre le chiedo di nuovo “Cosa cazzo ho perso, vuoi dirmelo?” odo una voce, di donna, forse di donna alata, che stancamente declama: “Il treno per Roma Fiumicino delle ore 20.05 è in partenza dal binario 13”. Già. Ho perso il treno. Un altro treno.

 

Ma oggi basta, sono stufa di farmi inghiottire e smangiucchiare da questa città e sono stufa anche della finta statua che continua a sorridere malignamente lì sotto, con languida movenza plastica e il braccio sollevato per emettere l’implacabile giudizio. Che sarà pure la Giustizia ma quello spacco sulla veste fino all’attaccatura della coscia, che esalta le sue lunghe gambe scolpite, mica è tanto regolamentare poi. Infine, con un colpo di reni ben calibrato mi volto, decisa, le premo un piede in faccia che magari se la smette di ghignare e torno a casa a piedi, e al diavolo i treni.

Postato da: cieloditempera a 19:19 | link | commenti |

 

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